venerdì 17 febbraio 2012

La nostalgia cosmica


(Questo articolo è apparso sul numero cartaceo di febbraio di Artribune)





Ho il sospetto che la nostalgia abbia a che fare con la pittura.
Ho il sospetto fondato che la nostalgia abbia a che fare con la scrittura.
Ho la quasi certezza che la nostalgia abbia a che fare con tutto ciò che tende, in qualche modo, a piegare e dispiegare lo spazio-tempo. Fuori da ogni metafora e dentro tutte le metafore possibili.
Ho l’impressione che la pittura e la scrittura siano i luoghi ideali dell’ucronia. E viceversa, naturalmente.
Mi spiego meglio:
chi ha letto I, Robot di Isaac Asimov sa che è umanamente possibile (e forse necessario) scrivere una raccolta di racconti che ruotano attorno ai paradossi generati dalle leggi della robotica (praticamente un manuale di psicanalisi per robot) che, tuttavia, si occupi a fondo delle contraddizioni umane;
chi ha visto i quadri di Matthias Brandes sa che è umanamente possibile (e forse necessario) disegnare delle navi scolpite nella roccia e poggiate su tavoli di legno coperti da tovaglie bianche, e farle sembrare gigantesche e morbide, immobili e in viaggio.
In entrambi i casi chi legge o osserva, prova un senso di nostalgia (direi) primordiale, (azzarderei) specie-specifica, (banalizzerei) istintiva. Ucronica, insomma, senza tempo (filologicamente). La nostalgia dei bivi possibili, delle vite che non potremo mai vivere. Il rimpianto per tutto ciò che è umanamente possibile (e forse necessario) fare e che non possiamo fare più. La nostalgia (europea) del passato, quella (afro-americana) del presente e quella (brasiliano-portoghese) del futuro, tutte in una.
La nostalgia, nelle sue diverse gradazioni, ha un rapporto obliquo con lo scorrere del tempo. Non è come la speranza, l’aspettativa, l’illusione (tutte orientate al futuro), né come la rinuncia, l’abbandono, la disillusione (immobili nel passato). La nostalgia osserva il passato, esamina il presente e guarda il futuro. S’impone come una costante esistenziale e piega il tempo e lo spazio costruendo un corto-circuito che ricorda il nastro di Moebius. Escher è un creatore di nostalgie senza vie di fuga, per fare un esempio più che scontato (ma proprio per questo esemplare, appunto). La tensione alla luna in Tommaso Landolfi è la nostalgia dell’impossibile ma possibile per gli altri. In Cancroregina (del 1950) l’astronave che sale a spirale quasi avvitandosi nel cielo verso la luna con a bordo l’io narrante (un aspirante suicida) e un pilota autodichiaratosi folle, e che rimarrà nell’orbita terrestre senza mai raggiungere la luna, è un soffocato lamento di nostalgia dell’autore: non ho mai raggiunto la luna, né la raggiungerò mai, ma, presto, altri uomini la raggiungeranno.
La struttura dantesca di “Hotel a zero stelle” di Tommaso Pincio è un tentativo di suggerire una via di fuga da questo tipo di nostalgia cosmica, sul terrazzo di un albergo senza stelle da cui però è possibile tornare a riveder le stelle. Gli ospiti delle stanze dell’albergo (i cui piani sono l’inferno, il purgatorio e il paradiso) sono ombre di scrittori (da Kerouac a Wallace, da Simenon a Marquez, Pasolini e Orwell; solo per citarne alcuni), nostalgie raccontate con nostalgia da un nostalgico scrittore che è anche un nostalgico pittore e che cerca la sua redenzione nostalgica, naturalmente. E per spiegarsi meglio, lo scrittore Tommaso Pincio, ci racconta le nostalgie parallele di Caravaggio, Andy Warhol, Christpher Wool, Alighiero e Boetti; solo per citarne alcuni. L’hotel ucronico di Pincio è una nostalgica metafora della nostalgia cosmica, che è stretta parente del fallimento, dell’incompiutezza, della molteplicità. «(Sono vasto, contengo moltitudini.)» scrive Walt Whitman in una parentesi del suo poema Canto di me stesso. Le persone vaste, le persone dall’anima molteplice, in genere vorrebbero percorrere tutti i bivi del possibile per raggiungere un unico punto: la soluzione della loro personalissima ossessione. Per questo sono nostalgici, perché in fondo sanno che il demone non è facile da sconfiggere, perché è paradossale. Tutti i demoni sono paradossali. E il paradosso non prevede soluzioni, può essere solo descritto, dipinto, suonato, danzato, fotografato, scolpito, eretto, mimato e così via.



giovedì 29 dicembre 2011

frammento della Dream Machine




«Era quasi Natale (siamo nel 1958) e l’oculista, scrittore e pittore francese Brion Gysin stava raggiungendo Marsiglia in autobus. Tornava da Tangeri e ripensava agli ultimi otto anni, al ristorante che aveva aperto lì in Algeria alle lunghe conversazioni con Burroughs all’idea che lo ossessionava da quasi un anno. Cut-up. Faceva piuttosto freddo ma il sole al tramonto gli batteva dritto in faccia abbastanza tiepido da essere piacevole. L’autobus aveva svoltato su un lungo viale alberato e Brion Gysin poggiò la testa sullo schienale e chiuse gli occhi. Quello che successe lo scrisse appena giunto a destinazione:
“oggi ho avuto una tempesta di visioni colorate sull'autobus che andava a Marsiglia. Percorrendo un lungo viale alberato ho chiuso gli occhi in direzione della luce del sole che stava tramontando. Proprio allora dietro le mie palpebre è esplosa un'ondata travolgente di disegni dai colori sovrannaturali, intensamente illuminati: un caleidoscopio multidimensionale che turbinava in tutto lo spazio. Mi trovavo in un mondo di numeri infiniti. Al termine degli alberi la visione s'è interrotta bruscamente. Era stata una visione? Cosa mi era successo?”
Brion Gysin studiò scrupolosamente il fenomeno. Risalì ad alcune pratiche divinatorie africane basate sul movimento delle dita davanti agli occhi chiusi in direzione del sole. Si confrontò con il suo amico Ian Sommerville. Fece alcuni calcoli e alcuni tentativi. Intanto si era ristabilito a Parigi, frequentava spesso l’Hotel Beat. Fu lì che all’inizio del 1960 mostrò a tutti la macchina dei sogni. Una lampadina infilata in un cilindro di cartone scuro bucherellato e poggiato su un giradischi a 78 giri. La portò in una stanza buia e accese la lampadina. I fori del cilindro proiet-tavano sui muri una sequenza di disegni geometrici regolari. Accese il giradischi e i disegni cominciarono a girare vorticosamente. Invitò i frequentatori dell’hotel a sedersi davanti al giradischi con la faccia più vicina possibile al cilindro roteante e a chiudere gli occhi.
Quando Allen Ginsberg si alzò dopo aver provato la Dream Machine andò dritto da Brion Gysin, gli poggiò una mano sulla spalla e gli disse in un orecchio: “It fuckin’ works”.»

(da Wikistoria della rivoluzione)

mercoledì 21 dicembre 2011

Orizzonti marini al tramonto
Ovviamente vestiti di ricordi,
Maleodoranti di sinestesie
Involontarie e metafore male
Assortite nel sordido contratto
Tra appagante editore e sedicente
Poeta appagato pagando copie
Di pagine e parole senza metro
E senza canto. Automasturbante
Rito di apparentemente pubbliche
Letture a parenti convenuti e
Digitalfotografanti con I-Phone.

martedì 1 novembre 2011

Il mondo fuori produzione (La ragazza che non era lei).


Alla fine sono entrato al Mercatone dell'usato di Japigia. L'avevo adocchiato un paio di volte uscendo dalla statale ed entrando a Bari dal suo lato più meridionale, abitativo, periferico, complessato. Ci sono andato apposta, nel mio giorno libero dal lavoro. Motivo ufficiale: comprare un appendiabiti per l'ingresso visto che la lampada rotta non regge più il peso dei cappotti di noi due (io e lei). (Io e lei) abbiamo varcato la gigantesca soglia da magazzino del Mercatone. Di fronte due corridoi di mobili componibili (cucine per lo più) apparentemente databili tra il 1975 e il 1985 (provare per credere, insomma). Abbiamo girato a sinistra. (Lei) ha accelerato il passo verso due mobili pieni di libri usati, (io) mi sono fermato ad un piccolo labirinto di apparecchi elettrici, televisori a tubo catodico, videoregistratori, giradischi, registratori a bobine, macchine fotografiche analogiche. Mi sono fermato a guardare due casse per stereo di un marrone troppo anni settanta per lasciarmi indifferente. Due Davoli Krundaal. Ho rimosso la retina di protezione e esaminato l'unico cono. Sembrava intatto. Se la cosa non mi sembrasse troppo improbabile per essere vera, direi che sembrava fatto a mano. (Lei) mi si è avvicinata, ha trovato un libro di Melville stampato negli anni '60, un Urania di Vonnegut, Naufragio con spettatore di Blumenberg e qualche altro piccolo tesoro da due euro. Ho chiesto il prezzo della coppia di casse. Venticinque euro. (Io e lei) ci siamo allontanati in cerca di un appendiabiti per l'ingresso. Ce ne erano due quasi neoclassici in legno - con l'aria pesante - e uno di metallo, silver, con pomelloni di plastica rossa - troppo anni ottanta.
Insomma siamo usciti con tre libri e una coppia di casse Davoli Krundaal. Felici come bambini (io e lei).
In macchina (io) parlo delle casse e (lei) dei libri. A casa (lei) sfoglia i libri e (io) monto le casse. (Io) scelgo il disco giusto per provare le casse. (Lei) analizza le sottolineature sul libro di Blumenberg fatte senza dubbio da uno studente universitario. (Io) accendo il giradischi e metto su la colonna sonora di Hair perché è il trentatregiri con un basso pompato come pochi e poi perché so che piace anche a (lei). (Lei) mi dice che nel libro c'è scritto a matita

Prof. Papa -> 317.287
riceve il giovedì
appello aprile 7/4/
(io) metto la puntina e aspetto il putuputuputupum iniziale di Aquarius che arriva caldo e morbido, incredibilmente acustico, dalle Davoli. Un momento perfetto.
Il divano è di fronte alle casse. Affondo e chiudo gli occhi. (Lei) ha acceso il computer.
Immediatamente il balletto sull'erba di Hair si concretizza nella musica con la cantante nera con i fiori nei capelli che urla Aquarius e il mondo le gira attorno.
Ho finito da pochi giorni la lettura di La ragazza che non era lei di Tommaso Pincio e lo sto assimilando in attesa di riuscire a raccogliere ordinatamente le impressioni e le riflessioni a proposito. Il suono delle Davoli e l'arrangiamento dei fiati, l'ancheggiare sinuoso del basso, sembrano suggerirmi la chiave di lettura. Mi viene in mente che è un libro analogico come il vinile di Hair, artigianale come le Davoli e (guarda un po') fuori produzione come entrambi. Non sperate di trovarlo in libreria. (Io) ce l'ho perché (lei) ha fatto la giurata al Premio Città di Bari del 2006 e il libro è finito nella cinquina. Un libro fuori commercio ma assolutamente necessario come il vinile di Hair e le casse Davoli e non solo perché profuma di Burroughs e Vonnegut contemporaneamente. Un libro onesto, evidentemente sofferto, meno onirico di quello che sembrerebbe, incredibilmente concreto pur nell'ambientazione all'inizio apocalittica e poi quasi beat prima del finale ricorsivo e psichedelico.
(Lei) si alza per girare il disco che ha smesso di suonare. (Io) le dico: Brava.
Le Davoli riprendono a vibrare su Party Music e io riprendo a riflettere su un bellissimo libro che non potrei più comprare mentre sento un disco eccezionale che non potrei più comprare con delle casse favolose che non potrei più comprare.
(Io e lei) nel mondo fuori produzione.

Sul mettere le mani nella spazzatura.





Oggi è uscito l'ennesimo proclama di Generazione TQ (leggi Minimum Fax and friends) e questa volta si discute di self-publishing, pseudoeditoria, print on demand e vanity press. Insomma dell'editoria a pagamento (l'articolo è pubblicato su minima &t moralia e si può leggere qui).
Una volta ripulito dal periodare complesso e pretenzioso tipico delle comunicazioni dei TQ (ma è il loro stile nel bene e nel male) l'articolo rivela una critica feroce alla pratica dell'autoproduzione pilotata dall'editoria a pagamento, facendo riferimento soprattutto al gruppo Albatros/Il Filo e al sito ilmiolibro.it. Non ci sono dubbi che queste siano due realtà editoriali molto diverse tra loro ma ugualmente dannose per l'editoria italiana: la prima (Albatros) è addirittura "famigerata" tra librai e organizzatori di eventi letterari vista la bassa qualità dei titoli che propone e il numero impressionante di pubblicazioni annuali. Nella propria homepage, il gruppo Albatros/Il Filo mette in evidenza gli unici nomi conosciuti del proprio catalogo, nell'ordine Alda Merini, Alberto Bevilacqua, Andrea G. Pinketts, Stefano Zecchi, Luciano De Crescenzo e Antonio Cabrini (roba da supermercato, insomma, con buona pace della grandissima Alda Merini), ma a scorrere l'intero interminabile catalogo ci si rende subito conto che si tratta di un contenitore neutro, sovraffollato e di bassa qualità. La politica del gruppo è chiara: pubblichiamo tutto quello che ci viene proposto, senza filtri, senza editing, senza correzione di bozze, senza lavoro editoriale insomma. L'autore paga non solo le spese vive di stampa ma anche il guadagno della casa editrice, l'autore girerà le librerie per proporre il proprio libro e stresserà con mail, telefonate e visite a sorpresa gli organizzatori eventi e gli uffici stampa per proporsi con la forza di un libro stampato ma ignaro che il nome della casa editrice è già un marchio di fuoco per chi conosce appena le regole del mercato editoriale. Albatros/Il filo è il cestino della spazzatura dell'editoria italiana, pubblica quello che gli altri non pubblicheranno mai. Certo, può capitare che nel cestino della spazzatura finiscano anche dei titoli buoni, addirittura eccellenti, titoli che gli Editori (quelli con la maiuscola) non si sono presi la briga di considerare. Mi spiego meglio: probabilmente Guido Morselli oggi avrebbe finito per pubblicare con una casa editrice a pagamento visti gli illustri rifiuti che la sua opera ha ricevuto quando era in vita. Anzi, sarò ancora più esplicito, Guido Morselli oggi non avrebbe ricevuto risposte negative, piuttosto non avrebbe ricevuto alcuna risposta. Perché è questa la prassi per un autore esordiente: spedisci il manoscritto a dieci case editrici e ricevi due risposte negative e otto non risposte. Nel caso di Minimum Fax, per esempio, non ti è concesso neanche di sottoporre il manoscritto perchè, come scrive Nicola Lagioia sul sito della casa editrice (qui), sono troppo pochi per leggere tutti i manoscritti che gli arrivano. E allora uno contatta l'ufficio stampa e insiste ma ottiene come risposta che noi "pubblichiamo scrittori che conosciamo già e che seguiamo su blog (leggi Nazione Indiana e simili) e giornali". Poi vai al Salone di Torino e vai a sentire Lagioia e company che parlano dei dieci anni della collana Nichel e ti rendi conto che loro hanno "inseguito e pregato" un autore (Giorgio Vasta se non ricordo male) perché scrivesse un libro per loro e tu con il tuo manoscritto nella borsa bestemmi (cosa altro puoi fare se non bestemmiare?).
La morale della favola? Prima di criticare il bidone della spazzatura bisognerebbe cominciare a fare un po' di raccolta differenziata sporcandosi le mani. Non pubblicherò mai con Albatros/Il filo ma se tanti lo fanno è anche perché la puzza sotto il naso di certi editori è più insopportabile di quello della monnezza.

lunedì 24 ottobre 2011

I fuochi d'artificio o uno dei motivi per cui non esiste un David Foster Wallace italiano




Mi vedo costretto a parlare dei fuochi d’artificio.

Si direbbe, non senza qualche motivo di inoppugnabile ragione laica e democratica, che i fuochi d’artificio siano del tutto inutili, uno spreco di soldi da parte del Comune o della Regione che in tempi di crisi come quelli in cui viviamo potrebbe trovare migliaia di imprese più utili da finanziare piuttosto che queste, peraltro pericolose, esplosioni controllate a scopo ricreativo. A chi giovano? Quale valore aggiunto portano? Sono davvero necessari? Si potrebbe discutere di questo sul terrazzo di casa, poco prima della mezzanotte di una domenica di fine estate, mentre nelle strade la gente sfila tra le bancarelle della festa patronale e tutti aspettano il botto che annuncia l’inizio dei fuochi. Si potrebbe discuterne prima dei fuochi, anche per ore e forse anche dopo i fuochi ma non durante. Mai durante. Perché è un’ipnosi collettiva di sguardi verso il buio che seguono le traiettorie del colpo seguito da una scia che sparisce poco prima di esplodere in un rosone troppo bello per non essere effimero in quel suo allargarsi verso la tua faccia per spegnersi immediatamente. Sono un inutile orpello, certo, ma sono l’anima della festa. La magia a cui tutti sono disposti a credere anche se sanno il trucco. La sospensione dell’incredulità. Sono fiction, letteratura. Una festa senza fuochi è come un romanzo scritto male. È contenuto senza forma, sostanza senza stile, mera descrizione dei fatti, solite bancarelle, zucchero filato, giostre e palloncini. Niente magie. Una festa di soli fuochi sarebbe insopportabile ma sempre meno di una senza. La tecnica che soverchia la scrittura, la mano pesante dell’autore, la sua presenza ingombrante danno fastidio ma sempre meno dell’assenza di carattere da lavoro d’équipe. I fuochi sono il carattere della festa perché possono essere tanti o pochi, poveri o ricchi, raffinati o pacchiani. E non mi si dica che non piacciono alla gente, al pubblico, ai lettori, perché se a loro non fossero piaciuti allora Palhaniuk non sarebbe, com’è, uno da classifica e più di lui David Foster Wallace. Insomma mi chiedo se uno qualsiasi degli editor italiani avrebbe mai accettato di pubblicare Infinite Jest[1], così com’è, ma scritto da un trentenne-quarantenne italiano. Troppi fuochi artificiali, avrebbero detto, i lettori non amano queste cose, forse tagliandolo un po’, togliendo le note in calce. La trama c’è ma si perde.



[1] Certo che lo so che su Infinite Jest l’editing è stato fatto, ma io sto supponendo che arrivi così com’è ma scritto da un esordiente (o quasi) italiano.

sabato 15 ottobre 2011

Cartoline dai lettori delle Cartoline dai morti di Franco Arminio



L'ho letto perché uno mi ha detto di leggerlo. Era un commesso della libreria, gli avevo chiesto qualcosa di poco impegnativo. Mi sa tanto che ha capito tutto il contrario.

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Lo sto leggendo adesso. Voglio vedere dove va a parare.

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L'ho comprato prima di andare a lavoro e l'ho messo in tasca. Me lo sono dimenticato per mezza mattinata. Alle undici ho preso il caffé e mi sono fumato una sigaretta, poi sono scappato in bagno. È spuntato dalla tasca grande dei pantaloni mentre me li abbassavo. Ho passato più di mezz'ora nel bagno e l'ho letto tutto, velocemente. Quando sono uscito il direttore mi ha chiesto se fosse tutto a posto. Ho mentito che non mi sentivo bene per niente e lui mi ha detto di tornarmene a casa. L'ho riletto tutto più lentamente, sul divano, ascoltando musica classica e fumando una sigaretta dietro l'altra.

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Alcune cartoline arrivano da molto lontano, altre da tempi più prossimi al mio.

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L'ho letto fino a pagina cinquantuno, poi ho avuto paura.

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Ne leggevo una al giorno, prima di dormire. Per qualche motivo il racconto della morte altrui allontanava i pensieri cattivi. Mi è servito a superare l'inverno. La scuola è quasi finita e forse mi salvo anche quest'anno.

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Non so perché, ma più lo leggevo e più mi sembrava superfluo che le pagine fossero numerate. Alla fine ho preso una forbice e ho risolto il problema. Adesso ho un libro come dico io e un barattolino con angolini di carta numerati da sette a centotrentasette.

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L'ho rubato alla libreria della stazione perché era piccolo. Mi è bastato solo da Lecce a Fasano. A Foggia è morta anche la batteria dell'Ipod. Fino a Torino mi sono dovuto accontentare del ritmico rumore di rotaie e del tetris del cellulare.