giovedì 16 aprile 2009

No comment

Non è che non abbia voglia di scrivere.
Ma questa immobilità mi immobilizza.

mercoledì 11 febbraio 2009

Pubblicazione

E' stato pubblicato un mio intervento sul teatro di Vito Maurogiovanni sul numero 80 "Speciale teatro in Puglia" del quadrimestrale di letteratura "La Vallisa" (Besa, agosto 2008).

A breve l'intervento sarà disponibile on-line su questo blog.

venerdì 30 gennaio 2009

Prendimi


Monica poggiò le sue labbra sul mio orecchio e lo baciò come fosse una bocca.

La conoscevo da una settimana. Una bellezza imbarazzante, un sorriso da televisione. Sboccata e puerile. Fantastica. La ragazza più bella che avessi mai avuto. La più giovane.
Usciva da un supermercato con due grandi buste. Io ero fermo, come al solito, niente da fare. Fumavo. Mi aveva chiesto una sigaretta e aveva poggiato le buste per terra. Io avevo preso le buste.
“Ti accompagno, pesano troppo per te”.
Lei aveva riso
“Come vuoi, casa mia è da quella parte”.
Le buste erano pesantissime. Troppo anche per me.
“Dai sali – aveva detto – sei tutto sudato. Ti meriti un bicchiere d’acqua.”
Avevamo fatto l’amore (lei l’aveva fatto con rabbia). Sul tavolo della cucina. I suoi guardavano la televisione nella stanza accanto, potevo vederli, la porta era solo accostata. Non staccavano gli occhi dallo schermo. Avevamo fatto l’amore fino in fondo (lei l’aveva fatto con violenza). Poi aveva riso
“Adesso sei più sudato di prima.”
Non sembrava stanca.
“Quanti anni hai?”
Lei rispose piano “Ventuno”.
Non ci scambiammo il numero di telefono, né ci promettemmo di rivederci. Mi accompagnò alla porta e mi spinse delicatamente sul pianerottolo. Mi salutò con la mano e chiuse la porta.
Tornai a casa con i tendini ancora indolenziti per il peso delle buste. Ero vuoto (lei l’aveva fatto con avidità).
Il giorno dopo mi svegliai di soprassalto. Monica. Avevo bisogno di lei. Mi preparai uno spinello per calmarmi. Ne fumai solo metà. Scesi le scale due alla volta. Dovevo trovarla (lei l’aveva fatto con passione).
Nessuna ricerca disperata. Mi aspettava davanti al portone di casa mia. Sorrideva. Non le chiesi come mi aveva trovato. Mi prese per mano e mi portò via. Mi lasciai trascinare.
Aveva gli occhi verdi. Facemmo l’amore nei bagni della stazione senza dire una parola. Lei rise e andò via (l’aveva fatto con prepotenza).
Rimasi a guardare i treni per un’ora. Da solo.
Per una settimana, ogni volta che la desideravo lei c’era. Compariva non appena la sentivo necessaria. Mentre camminavo per strada lei era dietro un angolo, seduta ad un bar, china su una fontanella in un parco, in bicicletta nel traffico. Sempre come fosse per caso. Facevamo l’amore e poi spariva ancora. Aveva i capelli neri (lei lo faceva con ferocia, con forza, con orgoglio). Senza darmi il tempo di fare domande. Aveva le mani piccole.
La desiderai in piena notte, avevo gli occhi chiusi. Lei mi fu accanto nel letto. Le sue dita scorsero brevemente i miei capelli. “Monica?” chiesi senza aprire gli occhi. “Eccomi” rispose lei.
“Come fai?” chiesi.
Lei non rispose. Mi poggiò una mano sul braccio e scese delicatamente verso il polso. Come una carezza. La prima (l’aveva fatto con dolcezza). Mi prese la mano e la strinse per qualche secondo. La lasciò.
“Sono morta – disse con serenità – sono ovunque.”
Aprii gli occhi solo allora. “Non dire stronzate Monica.”
Lei si irrigidì. Si morse le labbra. Sembrava una bambina colta in fallo. Aveva gli zigomi pronunciati.
“Dimmi come fai.”
“Te l’ho detto.”
Mi alzai dal letto con uno scatto nervoso.
“Sei una cretina – gridai – sei una bambina cretina. Non mi faccio prendere per il culo da te. Come puoi pensare che io ci creda?”
Lei si mise di faccia sul cuscino. Cominciò a piangere piano. La lasciai così e me ne andai in cucina. Preparai un caffé e accesi la televisione. Una vecchia puntata di Harnold stemperò il nervosismo. Due sigarette dopo il caffé. I singhiozzi di Monica sembravano essersi calmati.
Tornai in camera. Monica era in ginocchio sul letto. La faccia tra le mani. Nuda nella penombra.
“Scusami – dissi – però anche tu…”
Alzò la testa e mi guardò. Aveva il volto segnato da lacrime scure. Sembrava sangue. Avrei voluto scappare ma i suoi occhi imploravano comprensione. Guardai il cuscino, poi il letto e il pavimento. Il sangue era dappertutto. Dal mento lente gocce scure le cadevano sul seno e scivolavano sulla pancia fermandosi nei radi peli del pube o continuando giù sulle cosce e poi dalle ginocchia sul materasso.
“Che cazzo…”
“Zitto! – disse lei – Non voglio piangere più. Vedi cosa hai combinato?”
Mi sorrise.
“Adesso spogliati e vieni accanto a me.”
Fui nudo e steso in un letto di sangue freddo senza averne coscienza. Lei mi salì addosso e mi prese dentro. Le sue mani sul mio petto mi tenevano immobile.
“La morte è un gioco divertente – disse con un filo di voce – la carne è la tomba. Posso liberarti dall’oscena commedia della tua mortalità. Ho la facoltà di renderti eterno, forte, inespugnabile. Vuoi, amore mio?”
“No!” risposi.

Monica poggiò le sue labbra sul mio orecchio e lo baciò come fosse una bocca. Non avevo scelta. La sua lingua penetrò nel mio orecchio a colpetti decisi e regolari. Il suo bacino cominciò a seguirne ritmicamente il movimento. Le sue mani mi tenevano incollato al letto pieno di sangue. Mi penetrava a fondo. Presto avrebbe leccato il mio cervello. Il suo regalo, l’immortalità.
Quando ebbe finito mi addormentai profondamente (l’aveva fatto con perizia).
La sua voce mi svegliò. Era pomeriggio.
“Uno zombi ricorda sempre alla perfezione quello che sogna. Lo ricordi vero?” fu la prima cosa che mi disse.
“Si – risposi – preparami un caffè.”
Lei non si mosse.
“Preparami un caffè, Monica. Muoviti.”
“Hai mentito vero? – chiese – volevi che lo facessi.”
L’avevo voluto dal primo momento. Essere uno zombi è un privilegio.
“Al serpente bisogna dare il topo vivo – le dissi – dovevi combattere per avermi.”
Lei mi guardò.
“Ti amo. Ti amerò per sempre.” disse.
“Finché morte non ci separi?” chiesi.
Lei rise.

giovedì 22 gennaio 2009

Presentazione libro

Il 13 febbraio a Roma presso la libreria Melbooks di via Nazionale a Roma presenterò il mio romanzo "Come pescare, cucinare e suonare la trota" accompagnato da Gianluca Traversi e Alberto Parmegiani alla chitarra.

domenica 18 gennaio 2009

Preghiera in gennaio


Prendo a prestito il titolo di una canzone di De André per dare il via ad una sezione del blog dedicata alla traduzione laica di una serie di preghiere. L'idea è quella di sfruttare la lingua, il ritmo, l'efficacia di alcune preghiere e svuotarle del loro elemento religioso in qualche modo "laicizzandole".
Questo perchè credo che la preghiera sia la più antica e popolare forma di meditazione e rappresenti la tensione dell'uomo all'Uomo. Mi piace, perciò, rendere più umane queste invocazioni. E poi è anche un bel gioco.

***

Stabat Mater



La Madre addolorata stava

in lacrime presso la Croce vuota.

“Dov’è mio figlio?


Dov’è il suo viso

contristato e dolente,

dove il suo corpo ferito?”.


Oh, quanto triste e afflitta

fu la benedetta

Madre dell'Uomo!


Come si rattristava e si doleva

la Madre

perdendo il Figlio tra la gente!


Chi non piangerebbe

al vedere Cristo rinunciare

al suo supplizio?


Chi non si rattristerebbe

per un Madre

che vede il Figlio


fare suoi i peccati del mondo

per evitare i tormenti,

sottrarsi ai flagelli?


Vide il suo dolce Figlio

che spariva, uguale a tutti,

rinunciando al suo nome.


Oh, Madre, fonte d'amore,

fammi forza nel dolore

perché possa piangere con te.


Fa' che il mio cuore arda

per servire la mia vita

per fare cosa a me gradita.


Cara Madre, fai questo:

imprimi le piaghe del tuo Figlio crocifisso

aspettami alla croce e sarò


il tuo figlio ferito

che si è degnato di patire,

per scelta, le pene.


Fammi piangere intensamente col mondo,

condividendo il dolore dell’Uomo,

finché io vivrò.


Sulla Croce desidero stare con te,

in tua compagnia,

nel compianto.


O Madre gloriosa fra le madri

devi essere aspra con me,

fammi piangere.


Fa' che io porti la sorte dell’Uomo,

che io sia parte alla sua passione

e ricordami che sono un Uomo.


Fa' che sia ferito ed arrabbiato,

che mi inebri con la Verità

e che io combatta.


Che io non sia confuso tra la gente,

che sia io, Madre, tuo Figlio

nel giorno del supplizio.


Fa' che io non sia un altro inetto

che abbandona la dignità,

consolato dalla tranquillità.


E quando il mio corpo morirà

fa' che all'anima sia data

la gloria del Ricordo. Amen.

***

Testo originale della preghiera qui.

giovedì 8 gennaio 2009

Segnalazione

Il mio libro è stato segnalato sul blog "il cannocchiale"

letteratura
(Due parole su) Come pescare cucinare e suonare la trota
2 gennaio 2009

Recentemente ho letto…

Cristò, Come pescare cucinare e suonare la trota, Florestano edizioni, pp. 78, euro 8,00. Prefazione di Alessandro Zignani.

Incoraggiante esordio letterario, e speriamo che qualcuno un po’ più influente di me se ne accorga e sappia distinguere Cristò da quella miriade di wannabees o di aspiranti scrittori che dir si voglia.

Cinque speranzosi musicisti baresi si preparano per la loro grande occasione, l’esecuzione del quintetto “La trota” di Schubert al teatro Piccinni. Ma Francesco, il pianista nonché l’io narrante, si rivela subito diverso dagli altri. E se da un lato sembra remare contro la buona riuscita del concerto, dall’altro è forse l’unico che fa lo sforzo di capire che cos’è la musica (e l’arte in genere), e soprattutto per chi è. La risposta può anche essere banale (è per tutti); meno banale è il modo in cui la dà Cristò, usando il paradosso, un po’ di psicanalisi, grande sensibilità musicale e un certo, personalissimo, umorismo.


“Tutti avevano sempre letto in me una purezza d’animo che io, ed io solo, sapevo apparente. I miei pensieri erano diversi. Cinico, disonesto, mentitore, laido, invidioso e pavido. Talmente pavdo da sembrare un angelo.”

“Mi rendevo conto di aver esagerato. Era così da sempre. Non sapevo arrabbiarmi… forse perché non lo facevo mai.”

“Nessuno amava la musica. Più nessuno. La musica è una professione, un’abitudine. La musica è una scusa, un’abilità, un ornamento, un obbligo. La musica non scappa e non si nasconde. Non si pesca. La musica non è una trota e nemmeno un pescatore. La musica, la sola musica che ci rimane, è di allevamento. Cresciuta per essere uccisa. Nutrita per essere comprata. Ingrassata per essere consumata. Spinata accuratamente perché non rimanga in gola.”

“Era divertente essere sfrontato. L’avevo appena scoperto.”

“Probabilmente aveva ragione. Era la loro occasione. Per me era diverso. Non volevo occasioni o avevo perso la speranza di averne.”

“Ogni volta che sei il migliore devi ricominciare da capo e partire dall’ultimo posto nella categoria successiva.”

“Nessun artista, per quanto bestemmi, è davvero convinto che l’arte non sia comprensibile da tutti. Nessun artista è così rassegnato.”

(Francesco Denti)

sabato 6 dicembre 2008

Strisce pedonali



Giuseppe fa l’autista sugli autobus. Ha trentacinque anni, un matrimonio fallito e poche idee per la testa. Ha conosciuto una ragazza di ventotto anni. Bellissima.

Monica, la sua ex moglie, non si è ancora rassegnata e prova a riconquistarlo tormentandolo quotidianamente con la scusa della casa che hanno comprato, della banca che fa mille problemi, del bambino che non va bene a scuola, dei mobili nella stanza da letto, dei soldi che non bastano mai. Giuseppe risponde placido. Si e no. Forse. Domani. Ci penso. Tanto di Monica non gliene frega niente. Ha persino smesso di odiarla. Ha smesso di fare male sangue… come dice spesso.
Adesso c’è Carla, ci sono i suoi giochi d’amore.

Giuseppe e Carla si sono conosciuti sotto la pensilina di un pub di periferia. Gli unici due a sfidare il freddo di gennaio per fumare una sigaretta. Sono rimasti a parlare fino a notte inoltrata come se l’inverno non esistesse. Hanno fatto l’amore nel letto di lei. Poi hanno fatto l’amore tutte le notti finché l’inverno non se ne è andato e adesso è quasi estate e Giuseppe guida ancora l’autobus.

Guarda la città da un po’ più in alto. Nell’ora di punta c’è tanta gente e le macchine lo circondano, lo sfiorano, lo sorpassano. Ma quando tutti sono già a pranzo, come ora, le strade sono sgombre e tutto è silenzioso.

Giuseppe frena, dolcemente, per non svegliare il ragazzo nero che dorme con la testa appoggiata al finestrino e non spaventare la signora con le buste seduta accanto all’uscita. Il semaforo è giallo. Non c’è fretta. Meglio fermarsi.

Coscienziosa, una vecchia aspetta il segnale verde per attraversare ma Giuseppe le fa segno con la mano. Che attraversi. Ha calcolato perfettamente i tempi. Sull’altra carreggiata una Panda gareggia col tempo e col semaforo per passare prima del rosso. Giuseppe stringe le labbra e aspetta l’impatto. Inevitabile. Strepitoso.

Giuseppe fa un po’ la commedia. Chiama la polizia. Il ragazzo di colore si è svegliato e la signora con le buste si sbraccia per descrivere la dinamica. “No, signor vigile. L’autista si è fermato. Non ha colpa lui. Ho visto tutto. Ho visto tutto.” Arriva l’ambulanza. Per la vecchia c’è solo un velo bianco. Improvvisamente la strada deserta pullula di gente. I funghi. Giuseppe racconta i particolari alla polizia: “…veniva come un pazzo quello stronzo con la Panda. L’ha presa in pieno. Non ha neanche tentato di frenare.”

Dopo un paio d’ore è tutto finito. Viene chiamato un altro autista per completare il turno di Giuseppe. Lui è visibilmente provato… si dovrà riprendere… così dice il medico del pronto soccorso… quindici giorni di riposo e mi raccomando non ci pensi a quella povera signora, non si senta in colpa.

Appena fuori dal policlinico Giuseppe chiama Carla. Amore. C’è stato un piccolo incidente… no… tutto bene, non mi sono fatto niente… comunque ho quindici giorni di riposo… si… a partire da ora. Raggiungimi a casa. Ho voglia di fare l’amore.