
venerdì 17 febbraio 2012
La nostalgia cosmica

giovedì 29 dicembre 2011
frammento della Dream Machine

«Era quasi Natale (siamo nel 1958) e l’oculista, scrittore e pittore francese Brion Gysin stava raggiungendo Marsiglia in autobus. Tornava da Tangeri e ripensava agli ultimi otto anni, al ristorante che aveva aperto lì in Algeria alle lunghe conversazioni con Burroughs all’idea che lo ossessionava da quasi un anno. Cut-up. Faceva piuttosto freddo ma il sole al tramonto gli batteva dritto in faccia abbastanza tiepido da essere piacevole. L’autobus aveva svoltato su un lungo viale alberato e Brion Gysin poggiò la testa sullo schienale e chiuse gli occhi. Quello che successe lo scrisse appena giunto a destinazione:
“oggi ho avuto una tempesta di visioni colorate sull'autobus che andava a Marsiglia. Percorrendo un lungo viale alberato ho chiuso gli occhi in direzione della luce del sole che stava tramontando. Proprio allora dietro le mie palpebre è esplosa un'ondata travolgente di disegni dai colori sovrannaturali, intensamente illuminati: un caleidoscopio multidimensionale che turbinava in tutto lo spazio. Mi trovavo in un mondo di numeri infiniti. Al termine degli alberi la visione s'è interrotta bruscamente. Era stata una visione? Cosa mi era successo?”
Brion Gysin studiò scrupolosamente il fenomeno. Risalì ad alcune pratiche divinatorie africane basate sul movimento delle dita davanti agli occhi chiusi in direzione del sole. Si confrontò con il suo amico Ian Sommerville. Fece alcuni calcoli e alcuni tentativi. Intanto si era ristabilito a Parigi, frequentava spesso l’Hotel Beat. Fu lì che all’inizio del 1960 mostrò a tutti la macchina dei sogni. Una lampadina infilata in un cilindro di cartone scuro bucherellato e poggiato su un giradischi a 78 giri. La portò in una stanza buia e accese la lampadina. I fori del cilindro proiet-tavano sui muri una sequenza di disegni geometrici regolari. Accese il giradischi e i disegni cominciarono a girare vorticosamente. Invitò i frequentatori dell’hotel a sedersi davanti al giradischi con la faccia più vicina possibile al cilindro roteante e a chiudere gli occhi.
Quando Allen Ginsberg si alzò dopo aver provato la Dream Machine andò dritto da Brion Gysin, gli poggiò una mano sulla spalla e gli disse in un orecchio: “It fuckin’ works”.»
(da Wikistoria della rivoluzione)
mercoledì 21 dicembre 2011
Ovviamente vestiti di ricordi,
Maleodoranti di sinestesie
Involontarie e metafore male
Assortite nel sordido contratto
Tra appagante editore e sedicente
Poeta appagato pagando copie
Di pagine e parole senza metro
E senza canto. Automasturbante
Rito di apparentemente pubbliche
Letture a parenti convenuti e
Digitalfotografanti con I-Phone.
martedì 1 novembre 2011
Il mondo fuori produzione (La ragazza che non era lei).

Prof. Papa -> 317.287riceve il giovedìappello aprile 7/4/
Sul mettere le mani nella spazzatura.

lunedì 24 ottobre 2011
I fuochi d'artificio o uno dei motivi per cui non esiste un David Foster Wallace italiano

Mi vedo costretto a parlare dei fuochi d’artificio.
Si direbbe, non senza qualche motivo di inoppugnabile ragione laica e democratica, che i fuochi d’artificio siano del tutto inutili, uno spreco di soldi da parte del Comune o della Regione che in tempi di crisi come quelli in cui viviamo potrebbe trovare migliaia di imprese più utili da finanziare piuttosto che queste, peraltro pericolose, esplosioni controllate a scopo ricreativo. A chi giovano? Quale valore aggiunto portano? Sono davvero necessari? Si potrebbe discutere di questo sul terrazzo di casa, poco prima della mezzanotte di una domenica di fine estate, mentre nelle strade la gente sfila tra le bancarelle della festa patronale e tutti aspettano il botto che annuncia l’inizio dei fuochi. Si potrebbe discuterne prima dei fuochi, anche per ore e forse anche dopo i fuochi ma non durante. Mai durante. Perché è un’ipnosi collettiva di sguardi verso il buio che seguono le traiettorie del colpo seguito da una scia che sparisce poco prima di esplodere in un rosone troppo bello per non essere effimero in quel suo allargarsi verso la tua faccia per spegnersi immediatamente. Sono un inutile orpello, certo, ma sono l’anima della festa. La magia a cui tutti sono disposti a credere anche se sanno il trucco. La sospensione dell’incredulità. Sono fiction, letteratura. Una festa senza fuochi è come un romanzo scritto male. È contenuto senza forma, sostanza senza stile, mera descrizione dei fatti, solite bancarelle, zucchero filato, giostre e palloncini. Niente magie. Una festa di soli fuochi sarebbe insopportabile ma sempre meno di una senza. La tecnica che soverchia la scrittura, la mano pesante dell’autore, la sua presenza ingombrante danno fastidio ma sempre meno dell’assenza di carattere da lavoro d’équipe. I fuochi sono il carattere della festa perché possono essere tanti o pochi, poveri o ricchi, raffinati o pacchiani. E non mi si dica che non piacciono alla gente, al pubblico, ai lettori, perché se a loro non fossero piaciuti allora Palhaniuk non sarebbe, com’è, uno da classifica e più di lui David Foster Wallace. Insomma mi chiedo se uno qualsiasi degli editor italiani avrebbe mai accettato di pubblicare Infinite Jest[1], così com’è, ma scritto da un trentenne-quarantenne italiano. Troppi fuochi artificiali, avrebbero detto, i lettori non amano queste cose, forse tagliandolo un po’, togliendo le note in calce. La trama c’è ma si perde.
[1] Certo che lo so che su Infinite Jest l’editing è stato fatto, ma io sto supponendo che arrivi così com’è ma scritto da un esordiente (o quasi) italiano.
sabato 15 ottobre 2011
Cartoline dai lettori delle Cartoline dai morti di Franco Arminio

L'ho letto perché uno mi ha detto di leggerlo. Era un commesso della libreria, gli avevo chiesto qualcosa di poco impegnativo. Mi sa tanto che ha capito tutto il contrario.***Lo sto leggendo adesso. Voglio vedere dove va a parare.***L'ho comprato prima di andare a lavoro e l'ho messo in tasca. Me lo sono dimenticato per mezza mattinata. Alle undici ho preso il caffé e mi sono fumato una sigaretta, poi sono scappato in bagno. È spuntato dalla tasca grande dei pantaloni mentre me li abbassavo. Ho passato più di mezz'ora nel bagno e l'ho letto tutto, velocemente. Quando sono uscito il direttore mi ha chiesto se fosse tutto a posto. Ho mentito che non mi sentivo bene per niente e lui mi ha detto di tornarmene a casa. L'ho riletto tutto più lentamente, sul divano, ascoltando musica classica e fumando una sigaretta dietro l'altra.***Alcune cartoline arrivano da molto lontano, altre da tempi più prossimi al mio.***L'ho letto fino a pagina cinquantuno, poi ho avuto paura.***Ne leggevo una al giorno, prima di dormire. Per qualche motivo il racconto della morte altrui allontanava i pensieri cattivi. Mi è servito a superare l'inverno. La scuola è quasi finita e forse mi salvo anche quest'anno.***Non so perché, ma più lo leggevo e più mi sembrava superfluo che le pagine fossero numerate. Alla fine ho preso una forbice e ho risolto il problema. Adesso ho un libro come dico io e un barattolino con angolini di carta numerati da sette a centotrentasette.***L'ho rubato alla libreria della stazione perché era piccolo. Mi è bastato solo da Lecce a Fasano. A Foggia è morta anche la batteria dell'Ipod. Fino a Torino mi sono dovuto accontentare del ritmico rumore di rotaie e del tetris del cellulare.