
Mi concedo whisky fondamentale e cioccolato fondente seduto ad un tavolino che non conosco. E una sigaretta. Attendo l'arrivo di qualcuno. Forse. La sedia vuota di fronte sembrerebbe suggerirlo.
Ma così non è aspettare. Stare piuttosto.
Vorrei avere una valigia di cartone invece la mia sacca capiente verde militare non induce nel prossimo alcuna compassione da emigrante. Vorrei esserlo emigrante. Almeno una volta.
Invece tre giorni a Roma, viaggio in solitaria con la punto diesel, navigatore satellitare che segnala gli autovelox e dieci copie del mio libro nella sacca.
Il whisky è buono, il cioccolato di più. La sigaretta è già finita.
Bisogna essere violenti per attirare l'attenzione? Bruciare una chiesa? Sassi dal cavalcavia? Violenza carnale?
Non basta scrivere un libro o suonare il pianoforte o essere, sempre, continuamente, senza tregua essere?
Sta imbrunendo velocemente come ottobre comanda. Roma puzza, odora, suona di paese. Però qui il whisky è buono, il cioccolato di più. La sigaretta... è già la seconda.
So già come andrà. Come l'altra volta che sono venuto a Roma. Gli stessi tre giorni di fila sfuggiti al controllo del lavoro salariato. Sarò lo stesso turista con ambizioni da emigrante, un curioso esploratore colto da immediate nostalgie, un querelante scrittore ad occhi bassi, legga il mio libro e mi scriva che ne pensa, nessuna speranza di risposta. U' signor s'ha scordat d' quand jeve poveridd'! Che non mi mandino subito a cacare quantomeno.
Qui, da solo al tavolo, mi sento come un fiore in bocca e bramo un avventore a cui raccontare una storia. Una storia inventata, straziante, indimenticabile.
Con le parole sono bravo, ma non lo sa nessuno.
Solo qualcuno che si sedesse per caso e che attaccasse conversazione ignaro che sta per ascoltare una storia grandiosa. Vederlo dapprima distratto sorseggiare qualcosa, poi lasciare il bicchiere a metà rapito dal mio racconto. Alla fine vederlo piangere, vorrei vederlo piangere senza ritegno per la mia finta malasorte.
Un altro whisky? Ho pochi soldi ma fanculo... mi devo sedare in qualche modo e la farmacia è già chiusa. Cioccolato ce n'è ancora, sigarette... siamo alla terza.
Passa molta gente ma il tavolo accanto rimane vuoto. Gli altri tavoli sono occupati da coppie. Si raccontano storie. Solo storie e lo sanno bene.
Io potrei raccontarne di migliori. Sono bravo io. Mica un menzognero improvvisato. Le mie bugie sono letteratura.
Secondo whisky. Terzo pezzo di cioccolato. Quarta sigaretta. Ora potrei inventare qualsiasi cosa. Chi passa, guarda e se ne va, non immagina neanche cosa si perde. Avrebbe qualcosa di forte quando torna a casa stasera. I bambini resterebbero a bocca aperta, non servirebbe accendere la televisione a cena.
Eppure tutto passa, tutti passano.
Questa stasi movimentata mi fa pensare a Checov. Mi fa essere una marionetta di Checov. Una qualsiasi.
Devo fare qualcosa per smuovere la situazione ma non posso fare altro che aspettare. Bere. Assaporare. Fumare.
Avevo un appuntamento. Doveva arrivare qualcuno. Forse una donna?
Vorrei qualcuno che azzardasse un commento qualsiasi sul tempo, sulla politica, sul traffico... qualcosa che mi consenta di rispondere e subito cominciare a raccontare.
Potrei spiare le sue reazioni e modellarci su una storia. Giocare. Potrei raccontare per lui, per lei, per chiunque una storia perfetta. Come l'ha sempre desiderata.
Potrei usare la prima persona per una storia d'amore o la terza per raccontare un viaggio. Potrei farlo ridere o piangere, purchè mi lasci raccontare.
Posso fare tutto. Purché mi lascino scrivere!
Ma così non è aspettare. Stare piuttosto.
Vorrei avere una valigia di cartone invece la mia sacca capiente verde militare non induce nel prossimo alcuna compassione da emigrante. Vorrei esserlo emigrante. Almeno una volta.
Invece tre giorni a Roma, viaggio in solitaria con la punto diesel, navigatore satellitare che segnala gli autovelox e dieci copie del mio libro nella sacca.
Il whisky è buono, il cioccolato di più. La sigaretta è già finita.
Bisogna essere violenti per attirare l'attenzione? Bruciare una chiesa? Sassi dal cavalcavia? Violenza carnale?
Non basta scrivere un libro o suonare il pianoforte o essere, sempre, continuamente, senza tregua essere?
Sta imbrunendo velocemente come ottobre comanda. Roma puzza, odora, suona di paese. Però qui il whisky è buono, il cioccolato di più. La sigaretta... è già la seconda.
So già come andrà. Come l'altra volta che sono venuto a Roma. Gli stessi tre giorni di fila sfuggiti al controllo del lavoro salariato. Sarò lo stesso turista con ambizioni da emigrante, un curioso esploratore colto da immediate nostalgie, un querelante scrittore ad occhi bassi, legga il mio libro e mi scriva che ne pensa, nessuna speranza di risposta. U' signor s'ha scordat d' quand jeve poveridd'! Che non mi mandino subito a cacare quantomeno.
Qui, da solo al tavolo, mi sento come un fiore in bocca e bramo un avventore a cui raccontare una storia. Una storia inventata, straziante, indimenticabile.
Con le parole sono bravo, ma non lo sa nessuno.
Solo qualcuno che si sedesse per caso e che attaccasse conversazione ignaro che sta per ascoltare una storia grandiosa. Vederlo dapprima distratto sorseggiare qualcosa, poi lasciare il bicchiere a metà rapito dal mio racconto. Alla fine vederlo piangere, vorrei vederlo piangere senza ritegno per la mia finta malasorte.
Un altro whisky? Ho pochi soldi ma fanculo... mi devo sedare in qualche modo e la farmacia è già chiusa. Cioccolato ce n'è ancora, sigarette... siamo alla terza.
Passa molta gente ma il tavolo accanto rimane vuoto. Gli altri tavoli sono occupati da coppie. Si raccontano storie. Solo storie e lo sanno bene.
Io potrei raccontarne di migliori. Sono bravo io. Mica un menzognero improvvisato. Le mie bugie sono letteratura.
Secondo whisky. Terzo pezzo di cioccolato. Quarta sigaretta. Ora potrei inventare qualsiasi cosa. Chi passa, guarda e se ne va, non immagina neanche cosa si perde. Avrebbe qualcosa di forte quando torna a casa stasera. I bambini resterebbero a bocca aperta, non servirebbe accendere la televisione a cena.
Eppure tutto passa, tutti passano.
Questa stasi movimentata mi fa pensare a Checov. Mi fa essere una marionetta di Checov. Una qualsiasi.
Devo fare qualcosa per smuovere la situazione ma non posso fare altro che aspettare. Bere. Assaporare. Fumare.
Avevo un appuntamento. Doveva arrivare qualcuno. Forse una donna?
Vorrei qualcuno che azzardasse un commento qualsiasi sul tempo, sulla politica, sul traffico... qualcosa che mi consenta di rispondere e subito cominciare a raccontare.
Potrei spiare le sue reazioni e modellarci su una storia. Giocare. Potrei raccontare per lui, per lei, per chiunque una storia perfetta. Come l'ha sempre desiderata.
Potrei usare la prima persona per una storia d'amore o la terza per raccontare un viaggio. Potrei farlo ridere o piangere, purchè mi lasci raccontare.
Posso fare tutto. Purché mi lascino scrivere!


2 commenti:
potrei raccontarti qualsiasi storia e da ogni parte, ne sono sicura, sapresti tirar fuori spunti di fantasia e bellezza... sapresti ridere o piangere, saprei ascoltarti e ridere e piangere con te che sei pieno di passione e libertà, aspettative, fantasia e genialità, risate facili, pieno di te stesso.
la valigia è già nelle tue mani. non senti le giunture delle dita scricchiolare?
ancora un whisky e un pò di cioccolato e aspettare ancora e ancora, raddolcito e riscaldato, intristito, dolorante, assordato dal fruscio del tempo che passa parlando di niente... seduto a sfogliare le vite dei passanti, a sperare che qualcosa ti colpisca in pieno... un sospiro.
sai, non importa la città o quanto sia costoso il tuo whisky... ciò che conta è che il pozzo sia limpido e la valigia pronta.
scrivi.
di talento e sciocchezze.
scrivi.
di frustrazioni alcooliche e dell'odioso ovunque.
scrivi.
finchè le tue giunture continueranno a scricchiolare.
scrivi.
sempre.
ho letto il tuo libro Cris e mi e' piaciuto un sacco, davvero. ho un po' di cose da dirti. contattami. dimenticavo: sono la tua ex collega elena.
msn: lulu.76@hotmail.it
a presto.
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