sabato 25 giugno 2011

Stanza 302

Tommaso Landolfi chiuse a chiave la porta e si stese sul letto matrimoniale della sua stanza d’albergo. Confortevole, per essere in un hotel a zero stelle di un paese così lontano e alieno. Soppesò il portachiavi di metallo su cui la cifra 302 stava irrimediabilmente perdendo la vernice dorata per rimanere nuda nella sua essenza fondamentale di incisione in silver lucido. L’unica chiave, che pendeva attaccata ad una breve catenella di palline stile scarico del cesso, gli ricordava Filano morto che gira intorno alla Terra al seguito di Cancroregina.
Bussarono alla porta.
Landolfi si alzò dal letto.
Mi chiamo Marco, – disse qualcuno dall’altra parte. Una voce giovane – devo parlarle.
Di grazia, – rispose Landolfi avvicinatosi intanto alla porta – di cosa?
Di Cancroregina – rispose Marco.
Tommaso Landolfi aveva ancora in mano il portachiavi Cancroregina seguito dal cadavere di Filano in versione chiave e aprì la porta di poco per vagliare l’aspetto del giovane scocciatore.
Mi chiamo Tommaso, – disse Marco – e lei occupa la seconda stanza del mio purgatorio.
Il suo purgatorio? – disse Landolfi – Si spieghi meglio.
Il mio purgatorio, – ripeté Marco e aggiunse – dove anch’io ho uno straccio di illuminazione e scopro che la realtà non è di questo mondo.
Tommaso Landolfi aprì la porta e fece un gesto con il palmo della mano che Marco interpretò correttamente come un invito ad entrare. Marco nella stanza, Tommaso chiuse nuovamente la porta.
Venga al punto, – disse Tommaso – il tempo non mi avanza quest’oggi.
Perché ha scritto quel libro? – disse Marco.
Perché? – chiese Tommaso – Per quale ragione o per quale motivo? Secondo quale spunto? A partire da quali considerazioni? O, piuttosto, mi vuole chiedere come mi sia saltata al naso l’idea di scriverlo? La lettura le ha forse provocato un qualche patimento? O, di contro, le è parsa una perdita di tempo, un’impresa senza giovamento? Mi sta forse chiedendo quali ambiziose intenzioni avessi in mente e non nella penna? Coraggio, giovanotto, si sforzi di dare al suo perché le giuste argomentazioni. Mi aiuti a risponderle. Mi chiede il perché di un libro che ho appena finito di scrivere e che nessuno ha ancora letto.
C’è un uomo afflitto da debiti di gioco e rimorsi d’amore, – disse Marco – ha gli occhi su un libro ma non riesce a leggerlo. D’improvviso qualcuno bussa alla porta. L’uomo va ad aprire. L’avventore entra in casa e dice di essere in fuga da un manicomio, ammette di essere pazzo ma non folle e chiede all’uomo di aiutarlo in un’impresa che li porterà entrambi nella luna. Il misterioso avventore ha costruito un’astronave che non esita a definire “essere”, cui attribuisce una specie di autocoscienza e che porta il nome di “Cancroregina”. L’uomo decide di seguirlo e in piena notte si avventurano sul crinale di una montagna, superando passaggi difficili e pericolosi ma giungendo infine ad un’ampia caverna in cui riposa Cancroregina. I mesi successivi sono di preparazione alla partenza. Il misterioso avventore ha un piano di viaggio studiato nei minimi dettagli. Infine partono e Cancroregina comincia a salire verso la luna. Ci vogliono giorni per superare l’atmosfera terrestre ed arrivare nello spazio. L’uomo guarda il misterioso avventore autodichiaratosi pazzo e a cui ha dato il nome di Filano, occuparsi con meticolosa attenzione dei bisogni di Cancroregina e impara il minimo indispensabile per produrre acqua e ossigeno e riconvertire i rifiuti. Mentre Cancroregina si avvicina alla luna Filano comincia a rivelare i segni inequivocabili della sua pazzia. Parla da solo, ride a sproposito, diventa aggressivo. L’uomo comincia a temerlo, e ha ragione poiché un giorno Filano gli si scaglia addosso per strangolarlo. L’uomo allora con un balzo riesce ad aprire il portellone di Cancroregina e a lasciare che Filano venga spedito nel vuoto dello spazio. Adesso l’uomo è solo e non sa guidare l’astronave che perde la sua rotta e comincia a girare nell’orbita terrestre seguita a breve distanza dal cadavere di Filano. All’uomo non resta che attendere la morte ragionando sulla vita, che impazzire a sua volta, scrivendo.
Marco smise di parlare. Tommaso Landolfi lo guardò.
Lei è uno scrittore, Marco? – gli chiese.
Marco aspettò un attimo prima di rispondere.
Ambivo ad essere un pittore – disse – ma adesso che non mi chiamo più Marco, beh, sì. Sono uno scrittore e mi chiamo anche io Tommaso. Tommaso Pincio per la precisione.
Tommaso Landolfi si avvicinò al letto e aprì un cassetto del comodino di legno da cui tirò fuori un gruppo di fogli dattiloscritti. Sulla prima pagina c’era scritto “Tommaso Pincio – Hotel a zero stelle”.
Questo Tommaso Pincio? – chiese Landolfi.
Marco prese i fogli tra le mani.
Questo libro ho appena finito di scriverlo – disse.
Era qui, quando sono arrivato, – disse Landolfi – poggiato sullo scrittoio. L’ho letto. Ho letto anche di me, sapevo che sarebbe venuto a bussare alla mia porta. Quel suo “Spazio sfinito”, sarei curioso di leggerlo.
Questo è impossibile – disse Marco.
Dice? – rispose Tommaso – eppure è stato lei a bussare alla mia porta. La realtà comincia dove finisce la realtà.
Questo è impossibile – ripeté Marco.
Si metta comodo – disse Tommaso Landolfi – noi due dobbiamo parlare.

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