
Apocalittici e integrati dibattono sui forum, nei blog, sulla carta stampata, su facebook, durante le convention e le riunioni delle associazioni culturali e delle aziende. Le opinioni si scontrano e si incontrano e riguardano l'odore dei libri, l'impagabile fruscìo di una pagina voltata (da un lato), la comodità di portare in borsa un'intera libreria, la convenienza di pagare meno - o non pagare affatto - i libri (dall'altro). Qualcuno snocciola percentuali di vendita destinate a cambiare nel giro di pochi mesi, qualcuno celebra un funerale prematuro al libro di carta o festeggia la maturità del neonato ebook. C'è chi canta le lodi delle possibilità multimediali del libro elettronico, della realtà aumentata applicata alla letteratura e chi proclama la sua assoluta fedeltà all'inchiostro. Apocalittici e integrati, come al solito, girano attorno al problema, insomma, e nessuno (o quasi nessuno) focalizza l'attenzione sul nocciolo della questione, sul reale impatto che la diffusione su larga scala degli ebook potrebbe avere sul mercato editoriale italiano. Nessuno lo fa perché il discorso è doloroso nelle sue premesse e parte da un dato difficilmente dimostrabile con i numeri (che sembrano essere l'unico criterio di certezza universalmente accettato) ma più che evidente se si osservano certi fenomeni con attenzione e sguardo sveglio. Il fatto è che il libro, nell'accezione più classica del termine di pagine stampate in bella copia e rilegate con copertina eventuali alette eccetera, è un oggetto dalla molteplice natura. Mi spiego meglio. Esistono almeno quattro tipi di pubblicazioni in Italia (senza distinguere tra narrativa e saggistica):
Provo a rispondere.
Il libro è in pochi casi un oggetto da comprare e da leggere. Non faccio questioni sulla qualità di quello che pubblicano le grandi case editrici italiane (anche se prima o poi lo farò con grande gusto polemico), né su quali siano i canali per accedere alla pubblicazione con queste case editrici (scordatevi di mandare un manoscritto e ricevere una risposta positiva o, spesso, anche semplicemente una risposta), la questione per quello che mi interessa adesso è che le grandi e medie case editrici pubblicano libri per venderli ai lettori, che li comprano per leggerli (lo so, sembra banale). Spesso, invece, il libro assomiglia di più ad un trofeo. Come l'imbucato autoinvitatosi alla festa delle medie da cui era stato (a ragione o a torto, non importa) estromesso, l'autore paga un editore perché pubblichi il suo libro, comprando una consistente parte (quando non la totalità) delle copie stampate. L'autore gira con il suo libro nella borsa per le librerie piccole e grandi, chiedendo di esporlo e ottenendo quasi sempre risposte negative. Organizza dibattiti serissimi in agriturismi e bar letterari per un pubblico di amici disinteressati all'argomento che acquistano il libro per amicizia e non per leggerlo (anche perché nel 99% dei casi il libro è illegibile). La casa editrice si limita ad incassare il denaro e a stampare il libro. L'autore si sente autore, l'editore si sente editore... tutti contenti.
La morale della favola è che la maggioranza (azzarderei un 90%) dei libri che vengono stampati ogni anno in Italia non vengono stampati per essere letti ma vengono stampati per essere stampati. Il mercato dell'editoria italiana è letteralmente drogato dalle pubblicazioni a pagamento, massacrato dalla inevitabile caduta verticale della qualità delle pubblicazioni (soprattutto nel campo della narrativa) e nessuno sembra accorgesene. I lettori spulciano sempre di meno gli scaffali delle librerie e guardano con sempre maggiore sospetto le pubblicazioni di case editrici piccole, si affidano alle recensioni sui giornali (anch'esse spesso viziate da rapporti di amicizia, quando non di convenienza), acquistano solo quello che conoscono.
In definitiva nessuno più si fida di nessuno perché nella produzione dei libri in Italia il contenuto dei libri è indifferente per la stragrande maggioranza degli editori visto che quello che si chiede loro e di stampare un libro con il proprio nome in copertina, un feticcio culturale, un trofeo da esporre, uno status symbol. Quello sì che deve essere di carta, che deve assomigliare alla nostra idea platonica di libro. Che senso può avere un ebook scritto sciattamente, totalmente inutile nel contenuto, destinato, insomma, a non essere letto? Come può lo scrittore gonfiare il proprio ego mandando link agli amici per acquistare online il suo racconto autobiografico e diaristico con due errori di grammatica e uno di sintassi nelle prime tre righe? Come può un editore-tipografo chiedere migliaia di euro per la produzione e la distribuzione di un file che chiunque può produrre e distribuire autonomamente? Chi, in definitiva, deve avere paura degli ebook?
Fossi un editore a pagamento comincerei a mettermi i soldi da parte, invece come scrittore attento alla qualità della scrittura che propongo mi sento tranquillo visto che mi interessa il contenuto e non il contenitore. E vi dirò di più, mi sento persino ottimista (e, chi scrive davvero lo sa, per uno scrittore non è un sentimento scontato l'ottimismo).
- I bestseller e i libri pubblicati dai grandi gruppi editoriali. I libri degli scrittori di professione conosciuti a livello nazionale e che vendono un numero di copie mediamente alto (flop a parte);
- i libri pubblicati da alcune decine di medie case editrici (alcune con precise e inequivocabili linee editoriali) che sono distribuiti su mercato nazionale e che vendono un numero di copie decente (casi editoriali a parte);
- i libri pubblicati da migliaia di piccole case editrici (che nascono e muoiono di continuo) che cercano di imporsi sul mercato nazionale partendo da una distribuzione locale e che vendono un numero di copie che spesso basta appena a coprire i costi di produzione;
- i libri pubblicati a pagamento da case editrici che pur chiamandosi tali si comportano in modo non troppo diverso da tipografie e che vendono tutte le copie o buona parte di esse allo scrittore stesso.
Provo a rispondere.
Il libro è in pochi casi un oggetto da comprare e da leggere. Non faccio questioni sulla qualità di quello che pubblicano le grandi case editrici italiane (anche se prima o poi lo farò con grande gusto polemico), né su quali siano i canali per accedere alla pubblicazione con queste case editrici (scordatevi di mandare un manoscritto e ricevere una risposta positiva o, spesso, anche semplicemente una risposta), la questione per quello che mi interessa adesso è che le grandi e medie case editrici pubblicano libri per venderli ai lettori, che li comprano per leggerli (lo so, sembra banale). Spesso, invece, il libro assomiglia di più ad un trofeo. Come l'imbucato autoinvitatosi alla festa delle medie da cui era stato (a ragione o a torto, non importa) estromesso, l'autore paga un editore perché pubblichi il suo libro, comprando una consistente parte (quando non la totalità) delle copie stampate. L'autore gira con il suo libro nella borsa per le librerie piccole e grandi, chiedendo di esporlo e ottenendo quasi sempre risposte negative. Organizza dibattiti serissimi in agriturismi e bar letterari per un pubblico di amici disinteressati all'argomento che acquistano il libro per amicizia e non per leggerlo (anche perché nel 99% dei casi il libro è illegibile). La casa editrice si limita ad incassare il denaro e a stampare il libro. L'autore si sente autore, l'editore si sente editore... tutti contenti.
La morale della favola è che la maggioranza (azzarderei un 90%) dei libri che vengono stampati ogni anno in Italia non vengono stampati per essere letti ma vengono stampati per essere stampati. Il mercato dell'editoria italiana è letteralmente drogato dalle pubblicazioni a pagamento, massacrato dalla inevitabile caduta verticale della qualità delle pubblicazioni (soprattutto nel campo della narrativa) e nessuno sembra accorgesene. I lettori spulciano sempre di meno gli scaffali delle librerie e guardano con sempre maggiore sospetto le pubblicazioni di case editrici piccole, si affidano alle recensioni sui giornali (anch'esse spesso viziate da rapporti di amicizia, quando non di convenienza), acquistano solo quello che conoscono.
In definitiva nessuno più si fida di nessuno perché nella produzione dei libri in Italia il contenuto dei libri è indifferente per la stragrande maggioranza degli editori visto che quello che si chiede loro e di stampare un libro con il proprio nome in copertina, un feticcio culturale, un trofeo da esporre, uno status symbol. Quello sì che deve essere di carta, che deve assomigliare alla nostra idea platonica di libro. Che senso può avere un ebook scritto sciattamente, totalmente inutile nel contenuto, destinato, insomma, a non essere letto? Come può lo scrittore gonfiare il proprio ego mandando link agli amici per acquistare online il suo racconto autobiografico e diaristico con due errori di grammatica e uno di sintassi nelle prime tre righe? Come può un editore-tipografo chiedere migliaia di euro per la produzione e la distribuzione di un file che chiunque può produrre e distribuire autonomamente? Chi, in definitiva, deve avere paura degli ebook?
Fossi un editore a pagamento comincerei a mettermi i soldi da parte, invece come scrittore attento alla qualità della scrittura che propongo mi sento tranquillo visto che mi interessa il contenuto e non il contenitore. E vi dirò di più, mi sento persino ottimista (e, chi scrive davvero lo sa, per uno scrittore non è un sentimento scontato l'ottimismo).
2 commenti:
Riflessione lucida e credibile, la tua. Seppur la carta rimarrà, almeno per alcuni decenni, l'orizzonte al quale ogni scrittore mira, la rete offre un'arma di riscatto a chi, lontano da logiche di genuflessione, vuole promuovere la qualità e la passione per la scrittura.
A parer mio l'ipotetico successo di un operazione di merito rimarrà nelle mani del pubblico. Similmente a ciò che accade in televisione: si farà convincere dalla pubblicità on line, o navigherà con attenzione alla ricerca di un testo prezioso?
Citando William Golding: "la Natura mi induce ad essere ottimista e la Ragione ad essere pessimista".
Certo, la carta rimarrà a lungo e direi anche per fortuna. Il fatto è che tutti parlano e parlano dell'ebook e poi magari non conoscono neanche la differenza tra un ebook reader e un tablet.
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